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Col dollaro debole il prezzo dei vini d'importazione aumenta
Carol Emert, giornalista del San Francisco Chronicle - 23 Febbraio 2004

All'appassionato di vini importati che vivi negli Stati Uniti, sia che si tratti di vini italiani, australiani, o di altra provenienza, conviene fare scorta per tempo. Quest'anno porterà quasi certamente consistenti aumenti di prezzo per tutti i beni d'importazione e specialmente per prodotti provenienti dall'Australia e dall'Europa.

La colpa è del dell'anemico dollaro americano il quale è in fase calante ormai da due anni, ma che la scorsa estate è crollato pesantemente nei confronto di tutte le maggiori valute straniere. Finora, sia i produttori stranieri di beni importati che i distributori e rivenditori americani hanno in genere diminuito i loro guadagni per evitare di aumentare i prezzi al dettaglio, col possibile risultato di dirottare possibili clienti verso la consunzione di birra o acqua minerale al posto del vino.

Ezio Ciotti
Ezio Ciotti, direttore di Vinity Wine Co., un'azienda statunitense che vende vini e liquori italiani, dichiara di avere già aumentato i prezzi, ma che possibilmente dovrà anche limitare le importazioni di alcuni vini a causa del calo nei margini di profitto.
Foto di Craig Lee per il San Francisco Chronicle©

Ma la stretta economica sta diventando talmente intensa che, secondo gli addetti ai lavori, quasi certamente si assisterà ad un aumento dei prezzi in generale. Questo fatto potrebbe aiutare i produttori californiani a riguadagnare parte del mercato che negli ultimi anni è stato eroso dai vini d'importazione, tuttavia molti rivenditori affermano che i vini importati continueranno ad offrire un miglior rapporto qualità-prezzo rispetto ai prodotti americani.

La caduta del dollaro, incoraggiata e sostenuta dall'attuale governo Bush, è stata precipitosa. Basta pensare che il dollaro australiano valeva 51 centesimi americani a inizio gennaio 2002, è salito 56 centesimi americani all'inizio di gennaio 2003 ed è balzato a 75 centesimi americani all'inizio di gennaio 2004, dice Lynn Reaser, capo economista della Bank of America Capital Management (Direzione del Capitale della Banca d'America) di St. Louis.

Anche il dollaro neozelandese ha guadagnato nei confronti del dollaro, così come il rand sudafricano e il peso argentino e quello cileno. Virtualmente tuti i maggiori paesi produttori di vino stanno vedendo un aumento drammatico dei loro prodotti acquistati in dollari americani.

L'Euro europeo valeva 89 centesimi americani due anni fa mentre ora vale oltre $1,25. Reaser si aspetta che il cambio raggiunga un record di $1,30 entro quest'anno, a meno che la Federal Reserve aumenti i tassi di interesse e al contempo, la disoccupazione diminuisca significativamente. Questi sono infatti i fattori principali che prevengono l'investimento di capitale straniero sul mercato americano che contribuirebbe a rafforzare il dollaro.

Visto che la valuta australiana ha guadagnato un 50% nel cambio col dollaro americano, è logico aspettarsi che i vino australiani venduto costeranno all'incirca un 50% in più, e per i vini europei ci si può aspettare un rincaro fino al 40%.

Finora non è avvenuto. I produttori d'oltreoceano "hanno assorbito le perdite sperando che la tendenza cambi presto", dice Vic Motto, consulente della ditta californiana MKF. "I prezzi per ora non sono aumentati significativamente a causa dell'attuale fluttuazione di mercato perchè questo potrebbe avere un effetto devastante sul mercato dell'importazione. I profitti tuttavia sono declinati notevolmente e, se continua così, i produttori saranno forzati ad aumentare i prezzi".

Ezio Ciotti, un importatore basato in Emeryville,California è uno dei tanti colti nella stretta economica. "È un incubo", dice il direttore di Vinity Wine Co., la cui azienda fornisce vini e liquori italiani a clienti quali la catena di ristoranti Il Fornaio e i supermercati A.G. Ferrari Foods e Whole Foods Markets.

Attualmente Ciotti sta pagando i vini ordinati lo scorso settembre quando il cambio dell'Euro era a $1,10. Col cambio attuale a $1,26 si ritrova a pagare 16 centesimi americani in più per ogni Euro di vino ordinato cinque mesi fa.

Ciotti riporta che alcuni dei fornitori italiani sono disponibili ad assorbire parte del costo, ma altri tuttavia non lo sono. "La differenza di costi deve venire coperta in qualche modo e se le cantine non sono disposte ad assorbire parte della perdita ci troveremo costretti a cercare altri fornitori".

Vinity ha aumentato i prezzi del 10%, ma questo non è tuttavia abbastanza, dice Ciotti, il quale teme che l'Euro possa aumentare astronomicamente fino a $1,50. Per mantenere la profittabilità, Vinity potrebbe essere costretta a diminuire del 30% il portfolio dei vini che vendono al dettaglio dai $6 agli $8 visto che il margine di guadagno, che era già basso è stato eroso quasi totalmente.

Per mantenere un portfolio diversificato, Vinity ha recentemente iniziato a distribuire vini argentini, visto che su quel mercato è ancora possibile trovare prodotti discreti a costi accessibili, dice Ciotti. Vinity potrebbe inoltre vedersi costretta ad iniziare a distribuire anche vino californiano, nonostante che "i vini californiani non siano generalmente molto interessanti" dice Ciotti. "Siamo estremamente confidenti della qualità dei nostri vini italiani, ma i costi che ci stanno penalizzando".

I clienti commerciali hanno contrattato duramente con Vinity per cercare di mantenere i prezzi bassi, ma la pressione ad aumentare si fa sempre più forte.

Cost Plus World Market, un'azienda basata in California che gestisce 200 negozi, ha contrattato duramente coi propri distributori per riuscire a mantenere la maggioranza dei prezzi per le feste natalizie del 2003 ai livelli dell'anno precedente.

Limitando i propri guadagni e facendo pressione sui fornitori, Cost Plus, durante le feste ha aumentato il prezzo solo su alcuni Champagne, e in nessun caso di oltre i $1 la bottiglia, ha dichiarato Peter Eastlake, acquirente nazionale per l'azienda.

"Stiamo facendo tutto quanto è in nostro potere per evitare aumenti di prezzo per l'acquirente dovuti alla svalutazione del dollaro" dice Eastlake. Ma purtroppo "penso che la gente sia ormai chiaro che il dollaro non vedrà la valorosa rimonta che ci aspettavamo. Con l'arrivo dei nuovi vini dall'Europa temo che cominceremo a vedere alcuni aumenti".

Dato che virtualmente tutte le valute straniere stanno guadagnando nei confronti del dollaro, Carl Davidson, direttore generale e responsabile delle acquisizioni per il gruppo "Vino", che gestisce cinque punti vendita al pubblico, dice di essere a caccia di di vini che si vendano dai $12 in giù, una categoria di prezzo che rappresenta parte consistente del suo mercato.

Davidson, la cui ditta azienda opera sia come importatore che come rivenditore al dettaglio, sta cercando produttori meno noti sia in regioni italiane emergenti come la Puglia e la Sicilia, che in Spagna e in Portogallo. È già stato costretto ad aumentare alcuni prezzi, infatti un Sancerre che si vendeva lo scorso anno a $15 adesso costa $17, ma sostiene che si tratta ancora di un buon rapporto qualità-prezzo.

Davidson, il cui portfolio comprende 55% di vini importati e 45% di vini americani, dice che nonostante la cantine californiane offrano sconti consistenti sui loro prodotti, "nei vini al di sotto dei $15 la bottiglia fanno fatica a competere coi vini europei, sia come qualità che come varietà. Francamente, c'è un buon motivo per scontare i vini californiani in questa fascia di prezzo".

Wilfred Wong, mastro cantiniere per l'eCommerce di Beverages & More in Concord, nello stato di California, afferma che secondo lui i vini californiani sono sovrapprezzati dal 30% al 60%, nonostante l'apprezzamento dei vini d'importazione e gli sconti fatti sui vini prodotti localmente negli ultimi due anni a causa della sovrapproduzione di uva.

Wong non crede che i vini americani riusciranno a riconquistare l'85% del mercato domestico che avevano 20 anni orsono. La fetta di mercato per le cantine vinicole americane è diminuito del 75% negli ultimi due anni e secondo lui questo è un dato permanente.

Wong, che importa vini dalla Spagn,a dal Portogallo e dall'Argentina dice che "le cantine vinicole americane si trovano di fronte una concorrenza maggiore rispetto al passato".

Tuttavia, Vic Motto sostiene che il pubblico americano è da sempre sensibile ai prezzi. "La realtà è che i prodotti d'importazione si vendono bene quando sono economici", dice. "Decenni di storia commerciale che mi danno ragione e mi aspetto che la tendenza degli ultimi anni cambierà definitivamente" e che i produttori americani riguadagneranno una buona fetta di mercato.

Ovviamente l'attenzione maggiore è puntata sull'Australia, dato l'aumento crescente delle sue importazioni enologiche verso gli Stati Uniti durante l'ultimo decennio. Infatti, da anni ormai l'importazione di vino dall'Australia è aumentata annualmente del 50% e ha finito col superare la Francia, guadagnandosi la seconda posizione per volume d'importazione, seguendo l'Italia che si trova al primo posto.

L'importazione australiana è comunque calata leggermente a partire dallo scorso dicembre e ci si aspetta che il declino continui.

"Non ci preoccupiamo più di tanto", dice Helen Jenkin, responsabile del commercio al Consolato Australiano di San Francisco, in California, "visto che l'importazione di vino australiano negli Stati Uniti è aumentata costantemente negli ultimi dieci anni", conclude.

"Non credo che l'aumento di $1 o $2 la bottiglia farà smettere alla gente di comprare vino, ma posso immaginare che ci sarà un calo nella crescita sperimentata fin qui", dice Jenkin, la quale riconosce che i produttori australiani incontrano maggiori difficoltà nel vendere il loro prodotto rispetto ad alcuni mesi fa.

"Non è più così automatico per il consumatore americano acquistare una bottiglia di vino australiano solo perchè è così economico" riconosce, "ma anche se i nostri prezzi non saranno più così concorrenziali in futuro, i vini australiani continueranno a fare concorrenza a quelli americani sul piano qualitativo".

Pubblicato originariamente sul San Francisco Chronicle © 2004
Tradotto dall'inglese da WineCountry.IT
 
   
 
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